"Pubblichiamo l'intervento del compagno Nanni, pronunciato alla nostra commemorazione per la Rivoluzione d'Ottobre, che si è tenuta nei locali del Cap di Genova il 7 novembre 2024, che riteniamo sia un ottimo intervento per ricordare la rivoluzione bolscevica e che ci scusiamo con l'autore, se l'abbiamo recuperata e pubblicata solo ora, ma crediamo che le sue riflessioni siano sempre attuali, anche al di fuori del contesto in cui sono state pronunciate.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
La Rivoluzione Anticolonialista Mondiale: dall’Ottobre 1917 ai BRICS+
di Nanni Marcenaro (Movimento per la Rinascita Comunista)
In questo mio breve articolo, voglio cogliere l’occasione per mettere in luce un aspetto particolarmente
significativo della rivoluzione d’Ottobre, che raramente, se mai, viene discusso e che richiede
di considerare questo evento da una prospettiva che ponga in primo piano la questione nazionale e
coloniale.
La rivoluzione d’Ottobre infatti non fu soltanto un momento di rottura radicale con le tradizionali
modalità di organizzazione della società, dando vita in Unione Sovietica al primo Stato in cui la
classe lavoratrice, per mezzo del Partito Comunista Bolscevico, entrava in controllo dei mezzi di
produzione, e dimostrando la potenza innovatrice e creatrice di un’economia pianificata, che trasformava
in poco più di vent’anni un paese perlopiù agricolo e pressoché digiuno di industria, in
una delle prime potenze industriali del pianeta, con ciò mettendo i brividi a tutti i capitalisti e alle
classi dirigenti di tutto l’Occidente liberale, di cui provocò la velenosa reazione ideologica e militare.
La presa del potere dei comunisti in Russia rappresentò anche uno snodo cruciale e fondamentale
per un evento ben poco noto alla maggior parte delle persone, che a mia conoscenza soltanto il professor
Domenico Losurdo nel suo “Marxismo occidentale: come nacque, come morì, come può rinascere”,
chiama con il suo nome, sebbene si tratti sostanzialmente dell’evento nella cui cornice si
sono svolti i fatti più importanti degli ultimi due secoli, ed ossia la grande Rivoluzione Anticolonialista
Mondiale, che Losurdo giustamente definisce “l’elemento di grandezza del novecento”.
Non sono certo moltissimi in Occidente ad avere presente nei fatti concreti la realtà storica di questo
movimento di liberazione dei popoli: essa infatti è mascherata in modo fraudolento dalla narrazione
mistificatrice degli eventi, compiuta sistematicamente in tutte le arene pubbliche, dalle scuole di
ogni ordine e grado, ai più beceri programmi televisivi condotti dai Bruno Vespa e dai Paolo Mieli,
che vogliono sempre presentare le dinamiche storiche che hanno prevalso nel plasmare gli eventi, in
particolare della Seconda Guerra Mondiale, secondo antitesi di comodo, definite immancabilmente
come alternativa tra semplicistiche definizioni di “bene” e “male” che vanno a coincidere al conflitto
tra “nazifascismo” e “antifascismo” prima, e tra “democrazia” e “comunismo” dopo, e in cui
all’Occidente e alla presunta democrazia liberale, che poi, come ancora il professor Losurdo mostra
nel suo “Controstoria del Liberalismo”, non è altro che “democrazia per il popolo dei signori”, tocca
immancabilmente il ruolo di salvatore degli oppressi.
In questo modo, la stessa nozione di “colonialismo” dilegua nella mitologia posticcia dell’inarrestabile
percorso del progresso della civiltà liberale, e da una parte, la questione coloniale, con tutta la
mostruosità dell’assoggettamento e sterminio di interi popoli, con tutta la brutalità e la spietatezza
delle politiche terroristiche con cui intere culture venivano, e anzi vengono ancora oggi, deumanizzate
e cancellate, viene derubricata a bagattella di poco conto, mentre dall’altra parte, la questione
nazionale viene demonizzata come residuo di un tempo passato e oscurantista che si deve abbandonare
per il cosmopolitismo della cultura liberale anglosassone.
La questione nazionale e quella coloniale infatti sono i due cardini su cui si sviluppa l’intera Rivoluzione
Anticolonialista Mondiale, che non possono essere disgiunti l’uno dall’altro, poiché si implicano
a vicenda: sia Lenin sia Stalin, che scrissero pagine illuminanti su questi temi, riconoscono che
condizione preliminare perché si possano produrre le forze sociali che portino ad una rivoluzione
socialista, sia l’affermazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Questo diritto deve essere
conquistato nella lotta per il riconoscimento dei popoli coloniali come nazione appunto, con suoi
propri caratteri culturali, che si costituisce come Stato indipendente, unendosi da pari a pari alla comunità
mondiale delle nazioni. Come nazione paritaria, che non intende porsi come superiore alle
altre, né si ritiene esserlo, i suoi appartenenti possono essere orgogliosamente patriottici, poiché non
sono sciovinisti. Persino Hannah Arendt, ardente calunniatrice di Stalin, dovette riconoscere, che
quest’ultimo aveva offerto una soluzione completa alla questione nazionale.
Con il suo appello agli “schiavi delle colonie” di spezzare le loro catene e prendere nelle loro mani
la propria sorte Lenin e la rivoluzione d’Ottobre avevano così dato un impulso formidabile e decisivo
a tutti quei movimenti di liberazione nazionale che nel corso del secolo precedente avevano invano
tentato di trovare una chiave di volta per raccogliere le forze sufficienti a mettere in discussione
il dominio coloniale degli europei nei loro paesi. Come ho detto infatti l’Ottobre 1917 fu uno
snodo cruciale della Rivoluzione Anticolonialista Mondiale ma il suo inizio vero e proprio risale
alla rivoluzione degli schiavi neri di Haiti, guidata al successo da Toussaint Louverture nel 1800, in
seguito alla quale venne fondato il primo stato indipendente di afro-caraibici liberi. Louverture è
una figura dai contorni eroici, e sotto il suo comando l’esercito di Haiti sconfisse anche le armate di
Napoleone inviate qualche anno dopo per cercare di soffocare la rivolta.
Haiti rimase a lungo l’unico stato indipendente guidato da ex-schiavi, epperò la Rivoluzione anticolonialista
mondiale non si fermava, e scorrendo come flusso carsico nella dinamica dialettica del
processo storico si manifestava nella progressiva abolizione della schiavitù in tutti gli imperi colonialisti,
in quanto misura di prevenzione verso altri tentativi come quello condotto con successo dagli
ex-schiavi del paese caraibico, fino infine a ripresentarsi in modo clamoroso appunto nella Rivoluzione
dell’Ottobre 1917.
Quando infatti il regime zarista, che era conosciuto popolarmente come “la tomba delle nazioni” appunto,
espressione spesso ricordata dallo stesso Lenin, crollò, simultaneamente decine e decine di
nazioni si trovarono immediatamente libere dal giogo dello sciovinismo imperiale grande-Russo
che le aveva assoggettate per generazioni e generazioni. La rivoluzione d’Ottobre e i bolscevichi dimostrarono
con l’esempio del solo avere avuto successo, cioè dell’avere rovesciato la monarchia e
resistito all’assalto dei paesi colonialisti nel 1921-1923, come ciò che i suprematisti europei raccontavano
come stato di natura, a cui per volontà imperscrutabili bisognava piegarsi, con le buone o
con le cattive, cioè il loro dominio, non fosse altro che una situazione contingente, storica, che poteva
essere ribaltata, avendo la meglio su chi da sempre si era considerato superiore per diritto, di nascita
o divino.
Da questo punto di vista perciò la Seconda Guerra Mondiale può essere vista innanzitutto come la
storia di un conflitto che si sviluppa tra colonialismo e anticolonialismo: il progetto della Germania
nazista infatti era, come riconosciuto da tutta la storiografia, quello di creare nell’est europeo e in
Russia il proprio “spazio vitale”, assoggettando i popoli slavi come schiavi, esplicitamente secondo
l’esempio di quanto gli Stati Uniti d’America avevano compiuto nel secolo precedente con le popolazioni
native americane e afroamericane. Hitler infatti era salito al potere dichiarandosi il campione
della supremazia bianca in Europa e nel mondo, e nel suo “Mein Kampf”, dice esplicitamente che il
“vessillo” della “lotta per il dominio ariano del mondo intero” verrà preso nelle mani della Germania
da quelle degli Stati Uniti.
Nella prima metà del secolo scorso infatti gli USA sono ben conosciuti come lo Stato razzista per
eccellenza, dove ancora negli anni ‘20 Ho Chi Minh, che le tesi di Lenin su questione nazionale e
coloniale riempiranno di gioia e speranza, può testimoniare inorridito il linciaggio di un uomo di colore,
fatto a pezzi, e carbonizzato in mezzo a folle festanti di bianchi, uomini, donne, e bambini che
magari solevano anche portarsi a casa un qualche “souvenir” di tale orrore, domandandosi, con tutta
la ragione: “È questa la civiltà?” avendo visto con i propri occhi la stessa politica terroristica condotta
dai francesi sul suo popolo in quella che allora era chiamata Indocina.
Ma negli Stati Uniti inoltre ben fin addentro agli anni ‘40 vigeva la più severa, restrittiva, e repressiva
legislazione razziale sul pianeta, che i nazisti, come documenta in modo esemplare James Q.
Whitman nel suo “Il modello americano di Hitler”, pubblicato in inglese nel 2015 per la Princeton
University Press, presero di peso in larga parte per redigere le loro famigerate Leggi di Norimberga
del 1935: ma non così famigerate come la legislazione USA che era talmente aspra che persino i nazisti
si videro costretti ad adottarne una formulazione meno stringente di quella in vigore oltreoceano dove
per decenni era già stata imposta una feroce politica di segregazione delle popolazioni afroamericane.
La storia del liberalismo d’altronde, come avrete modo di verificare se leggerete il libro di Losurdo,
non mente sulle paurose clausole di esclusione che definiscono la società dei “liberi” come “spazio
sacro” nel quale solo la razza bianca può accedere, organizzata politicamente come “democrazia per
il popolo dei signori” in cui alla classe lavoratrice non è riservato un trattamento molto diverso dalle
“razze” considerate “inferiori”, ed è essa stessa, da eminenti pensatori “liberali”, catalogata come
specie a sé stante del tutto equivalente agli “untermenschen”.
Una serie di studi storiografici basati su dettagliate e puntuali ricerche archivistiche dopotutto ha dimostrato
senza ombra di dubbio che non solo, come è ben noto, fu Hitler a dichiarare guerra agli
Stati Uniti, che non avevano affatto intenzione di impicciarsi nel conflitto europeo, scottati dagli
esiti del primo conflitto mondiale, ma anche che le principali aziende capitaliste statunitensi, come
General Electric, Ford, IBM, Dupont, Standard Oil (Esso), ITT e altre, per mezzo delle loro consociate
o filiali in Francia e Germania continuarono a rifornire l’apparato statale nazista di tutto il necessario
allo sforzo bellico contro l’Unione Sovietica fino alla fine del conflitto, con un aumento
sproporzionato delle forniture in particolare nel 1943, il tutto con la conoscenza e l’assenso dei più
alti vertici delle istituzioni USA, Roosevelt compreso, che già il 13 dicembre 1941, firmò una licenza
espressamente mirata ad eludere le restrizioni poste al commercio dal “Trading with the enemy
act” emanato poco tempo prima.
Tutto l’Occidente capitalista aveva applaudito al coraggioso tentativo di Hitler e dei nazisti e come
documenta Michael Parenti nel suo “Inventing Reality: the politics of mass media” tutti i mezzi di
informazione, in particolare statunitensi elogiavano la dittatura hitleriana per il suo rigore nella repressione
dei movimenti dei lavoratori e per la sua determinazione anticomunista. Questo non deve
stupire, perché come dice giustamente Aimé Césaire nel suo fondamentale “Discorso sul colonialismo”
del 1955, il vero crimine che “il borghese distinto, umanista”, e cioè liberale, “non perdona a
Hitler” non è per nulla “il crimine contro l’uomo […] in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo
bianco” e quindi “il fatto di aver applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali” da riservare
invece ai “popoli inferiori”, in modo del tutto conseguente alla tradizione e alla storia del liberalismo
nel suo insieme come movimento culturale nel processo storico.
L’assalto delle armate hitleriane allo Stato degli operai e dei contadini fondato nell’Ottobre del 1917
dunque si inserisce in un più ampio contesto che vede proprio negli eventi della Rivoluzione bolscevica
l’inizio della sua dinamica dialettica, come aggressione colonialista dell’Occidente nel suo insieme,
nel disegno dell’assoggettamento del mondo intero ai popoli bianchi europei, il cui dominio
nel 1941 risparmiava appunto soltanto l’Unione Sovietica.
Non può stupire dunque nemmeno che il grandioso trionfo di quest’ultima nella Grande Guerra
Patriottica, appunto, abbia battuto la campana a morte per il colonialismo di stampo classico e abbia
segnato il montare dell’onda di piena della rivoluzione anticolonialista mondiale, dilagata in tutta la
sua potenza nella seconda metà del ventesimo secolo, con le vittoriose rivoluzioni prima in Cina,
nel 1949, poi in Corea, nella resistenza all’invasione statunitense negli anni 1950-1953, e poi a
Cuba nel 1959, in Vietnam e Laos negli anni ‘70, e nelle molte difficili esperienze di lotta per il riconoscimento
e liberazione nazionale in numerosi paesi africani, così come nelle Americhe, in Nicaragua,
El Salvador, e infine Venezuela dal 1999 in poi.
Dopo la fine del conflitto mondiale infatti tutti gli imperi coloniali del passato crollano sotto i colpi
dei movimenti di liberazione nazionale, favoriti in questo però dall’interesse che gli Stati Uniti stessi
avevano nel vedere tutti quei paesi affrancati dal controllo diretto per mezzo dell’amministrazione
coloniale degli Europei: gli USA cercano di approfittare della ormai perduta credibilità del colonialismo,
e del rischio che insistere su di esso avrebbe inevitabilmente portato, di fronte ad un soggetto
come l’URSS e a sempre più radicali e crescenti movimenti anticoloniali di liberazione nazionale
di stampo spesso socialista, per farsi promotori di una ingannevole politica di indipendenza degli stati
attraverso i quali imporre su di essi la loro autorità imperiale, nella forma del neocolonialismo,
sistema di sfruttamento estremo che ancora oggi affligge moltissimi dei paesi ex-coloniali.
La “lotta ariana per il dominio del mondo intero” non si è ancora conclusa dunque, come è facile
vedere proprio in questi anni, con il risorgere delle più distillate espressioni del liberalismo quando
si trova di fronte alla minaccia di perdere la propria posizione dominante ed egemone, nella forma
della sempre più marcata russofobia, o dei sottintesi razzisti del discorso pubblico in Occidente, che
continua a volere evangelizzare il resto del mondo, però non più esportando i dettami della Bibbia,
ma quelli della democrazia liberale.
Ma nemmeno lo è la Rivoluzione Anticolonialista Mondiale che anzi ha ormai assunto dimensioni
globali, non si riduce più ad alcuni paesi di stampo socialista che si oppongono, ciascuno a suo
modo, alle politiche imperialiste e ai disegni neocoloniali, sostenendo quando e dove è concretamente
e politicamente possibile, qualsiasi movimento di liberazione nazionale, anche non socialista,
e si è allargata piuttosto a numerosi paesi dalle caratteristiche sociali e politiche anche estremamente
divergenti, che tuttavia, sul principio della non interferenza negli affari interni di uno stato straniero,
e cioè trattandosi reciprocamente da pari a pari, sono disposti a collaborare, sulla base del fatto
che sono tutti paesi ex-coloniali, Russia inclusa, che ha vissuto la condizione di semicolonia nei
terrificanti 15 anni seguenti alla demolizione controllata dell’Unione Sovietica.
L’eredità della rivoluzione d’Ottobre dunque è ancora ben viva e le parole di Lenin risuonano nelle
dichiarazioni delle istituzioni internazionali che i Paesi del Sud del mondo hanno fondato come risultato
dialettico della rivoluzione anticolonialista mondiale, come naturalmente i BRICS+, in un
accorato richiamo allo spezzare le proprie catene, prendere nelle proprie mani le sorti del proprio
Paese, e liberarsi della tutela indesiderata dello straniero, a cui in fondo anche l’Italia oggi, e da
molti anni, è soggetta.